Nell’area vi sono le più importanti riserve mondiali di uranio,
oltre a petrolio e gas. L’Italia ha annunciato che darà il proprio
sostegno. Intanto il blitz per la liberazione degli ostaggi in Algeria
(catturati dai guerriglieri islamici per ritorsione contro la guerra)
provoca una strage
“Quel che è certo, è che l’informazione di massa rivela ancora una
volta il suo atteggiamento di protezione degli interessi di pochi, a
discapito della veritiera informazione giornalistica. Nessuno parla
degli interessi dell’elitè economica privata europea in quella zona del
mondo. Il chiaro obiettivo di questo tipo di informazione è piegare
parte dell’opinione pubblica verso le verità di pochi, giustificando un
intervento militare che profuma molto di ricolonializzazione.”
Guerra contro al Qaida o guerra per l’uranio?
di Alessandro Marescotti – Fonte:
Peacelink

Francois Hollande, segretario del Partito Socialista Francese, è
l’attuale presidente della Repubblica di una nazione che punta
sull’energia nucleare e che è ovviamente dipendente dall’uranio. In
Francia sono attive infatti 19 centrali nucleari, per un totale di 58
reattori. Ad essi vanno sommati i reattori nucleari che offrono la
propulsione di sottomarini e portaerei della flotta militare. L’uranio è
alla base anche delle testate nucleari a cui Hollande non intende
rinunciare.
Il governo francese è protagonista in questi giorni di un intervento
militare in Mali, giustificato dalla lotta al “fondamentalismo
islamico”.Il problema per Hollande è che questi fondamentalisti stanno
per controllare un’area ricca di uranio.
Il giornalista Ennio Remondino spiega che la forza militare
internazionale vuole “fronteggiare i qaedisti ed evitare il loro
radicamento nel nord”. E il Mali ha notevoli giacimenti di uranio
proprio nel nord.
Questa guerra neocoloniale non trova tuttavia l’opposizione della
sinistra, anzi. Un sondaggio rivela che è approvata dal 68% di quelli
della coalizione di sinistra del Front de gauche capitanata da Melenchon
(che si è limitato a dire che l’intervento è “discutibile”). Il 77% dei
socialisti francesi sostengono l’intervento militare. E in Italia si
assiste al sostegno – deciso dal governo dimissionario – senza che
nessuna voce di commento si levi, almeno per ora.
*******************************************
L’Italia guerriera ora anche in Mali
L’Italia è pronta ad un supporto logistico in Mali ”attraverso
collegamenti aerei anche per le forze francesi”. Lo ha spiegato il
ministro della Difesa Giampaolo Di Paola al Senato precisando che si
tratterà comunque di un supporto logistico e non ‘sul terreno’”.
Riguarderà, a quanto afferma anche il ministro estri Terzi collegamenti
aerei. L’Italia si unisce a Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti nel
dare un supporto logistico che si tradurrà in sostegno alle operazioni
con aerei da trasporto. Ma “non ci saranno operazioni ‘boots on the
ground’, non manderemo cioè truppe militari”. Esattamente l’impegno di
partenza preso per lamissione in Libia prima dell’intervento ufficiale
Nato.
Ma i conti di questi “aiutini” collaterali (come i danni delle bombe
fuori bersaglio), prima a poi arrivano al saldo. Di ieri la notizia che
«Per motivi di sicurezza il governo italiano ha disposto la sospensione
temporanea dell’attività del Consolato generale a Bengasi. Il personale
dipendente farà rientro in Italia nelle prossime ore». Dice la
Farnesina.
E l’articolo 11 della Costituzione? Ripasso per alcuni ministri.
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli
altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati,
alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri
la pace e la giustizia fra le Nazioni…».
Mentre l’Italia avanza, altri discutono. Il solitario impegno francese,
affermano Libération e Guardian nei propri editoriali, potrebbe avere
presto bisogno di alleati. Come puntualmente verificato. Per Libération,
i compiti di Parigi non sono solo militari. I francesi saranno presto
costretti a convincere altri Paesi a occuparsi del conflitto.